CAST - Aree di ricerca, progetti, attività

Schedario storico territoriale dei comuni piemontesi 

Lo Schedario storico territoriale dei comuni piemontesi, oggetto delle attività del Centro Interuniversitario “Goffredo Casalis”, coinvolge il CAST nell’attività a supporto di una più profonda comprensione della struttura territoriale anche nella prospettiva di innovazioni nella gestione e di una lettura informata delle caratteristiche del territorio, oltre che per la caratterizzazione turistica.

Il progetto prevede l'elaborazione di una scheda per ciascun attuale comune della Regione.
Per ciascun comune si censiscono e si studiano le fonti storiche, edite e inedite, relative al suo assetto territoriale dal medioevo all'età contemporanea e si fornisce la bibliografia aggiornata. La singola scheda è articolata in due parti (una strutturata per voci prefissate, l'altra che propone il percorso storico seguito dal comune nella formazione del proprio territorio) ed è redatta da uno o più autori con la supervisione di un Comitato scientifico che è impegnato nel completamento dell'opera e nell' aggiornamento del materiale.

Le prime schede pubblicate, sulla base di dati d’archivio assolutamente inediti, rintracciano le fasi della formazione degli attuali comuni piemontesi, la loro articolazione interna, il loro “sistema sociale e istituzionale”.

L'insieme delle schede fornisce informazioni sul percorso storico dei singoli territori e consente il confronto fra le diverse vicende amministrative dei comuni. Si pone perciò come indispensabile strumento di conoscenza - che supera l'ottocentesco Dizionario geografico-storico statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, curato da Goffredo Casalis - per chi deve assumere decisioni relative al governo e alla valorizzazione del territorio.

La ricerca, finanziata dalla regione Piemonte, è stata oggetto di un convegno internazionale (già finanziato dalla Provincia di Alessandria e dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Alessandria), tenutosi nel novembre 2004 ad Alessandria, che ha visto discutere storici, geografi e amministratori. Gli atti del convegno sono oggetto di un libro: Lo spazio politico locale. Ricerche italiane e riferimenti europei, a cura di R. Bordone, P. Guglielmotti, S. Lombardini e A. Torre, Dell’Orso, Alessandria 2007.

Le schede vengono inserite on line, e sono rintracciabili sul sito della Regione Piemonte.

Riappropriarsi della Strada di Fiandra.
Storia, archeologia e società della guerra dal Cinquecento all'Ottocento 

Il progetto persegue l’individuazione di una metodologia di studio della cultura materiale e della storia sociale della guerra. I “beni culturali militari” si costituiscono spesso in macromonumenti di carattere territoriale, la cui stratificazione è composta da diverse categorie di oggetti, dal più minuto (Es. dotazioni personali del soldato) sino al sistema geografico che lega una piazzaforte ai campi di battaglia. 
Lo studio dei beni culturali militari si deve avvalere di archivi di tipo iconografico, cartografico, topografico, documentale, testuale, e di manufatti, senza trascurarne la multidimensionalità e aspetti meno ovvi, quali ad esempio quello devozionale. 
E’ tuttavia alla precisa individuazione degli oggetti, attraverso l’indagine documentale ma anche l’apporto della archeologia di superficie che si intende ricostruire una scienza e una storia degli spazi segnati dalla utilizzazione militare del territorio nei secoli dell’età moderna. 
Nella fattispecie dei macromonumenti che si intendono studiare attraverso questo progetto, è da osservare il fatto che essi costituiscono intanto un sistema- sono interrelati tra loro – tale sistema è stratificato nel tempo ed è articolato in uno spazio subregionale caratterizzato dalla guerra in spazi aperti. 
Questo sistema è usualmente trascurato dagli interventi di restauro e di riuso incentrati sul solo edificio fortificato proprio perché risultano assenti i fondamenti metodologici e le informazioni di base sulle quali può essere condotta l’indagine e in seguito il progetto di recupero e valorizzazione. Gli stessi spazi prima citati, parte integrante del sistema della guerra europea in età moderna. 
Vengono ridotti al ruolo di contesto paesaggistico senza essere studiati e compresi. 
La condizione attuale del patrimonio immobiliare di origini militari propone l’urgenza di un intervento qualificato dal punto di vista conoscitivo se si vuole evitare di trasformare questo patrimonio in un ricettacolo di usi impropri e di interventi episodici quando non dequalificanti. Gli stessi progetti di dismissione delle proprietà immobiliari del demanio evidenziano la mole, la diffusione e la rilevanza territoriale di questi manufatti. 
In questo panorama le emergenze fortificate vanno lette come parti integranti di un sistema di guerra europeo, che si è sviluppato a partire dalla metà del secolo XVI ed è noto nel resto dell’Europa come il tratto italiano della “Strada di Fiandra”, vale a dire il sistema di fortificazioni e di logistica che era stato pensato per il trasferimento delle truppe spagnole dall’area mediterranea alle Province Unite ribelli. Naturalmente questo ha fatto sì che la stessa area che li ospita sia stata teatro di importanti episodi tra il XVI e il XVIII secolo. Nel secolo successivo, si tende a ristrutturare questo stesso spazio prima ad opera degli eserciti napoleonici, e poi sulla base dell’esperienza degli eventi militari appena trascorsi, facendone il centro di una stabilità locale appena riconquistata. 
Il progetto persegue l’individuazione di una metodologia di studio della cultura materiale e della storia sociale della guerra.

L’area presa in esame è situata nella provincia di Alessandria, e avrà particolare riguardo nel trattare i seguenti luoghi e macromonumenti:
Piazzaforte di Alessandria (Cittadella);
Piazzaforte di Casale;
Forte di San Vittorio a Tortona;
Forte di Gavi.
Questi quattro “macromonumenti”, che da soli costituiscono una parte importante, spesso fondamentale e peculiare della storia degli insediamenti che ospitano le installazioni militari, permettono varie aperture nei confronti di altre aree di interesse presenti nella zona, quali ad esempio i campi di battaglia, quali Bassignana (1745-1799) e Marengo (1800) solo per citare i principali, o ad altre realtà extraprovinciali ed extraregionali, quale, ad esempio, la cinta e il campo trincerato di Genova, od addirittura esteri, quali le piazzeforti europee delle Province Unite. 
Un’ulteriore apertura andrà allo studio un’ingente quantità di beni e testimonianze che, sebbene non immediatamente riconducibili ai termini “guerra” o “militare” propriamente detti, hanno con questi uno stretto legame. La presenza di ingenti quantità di reparti militari ha lasciato traccia nella toponomastica, negli usi e costumi e anche nella sfera religiosa. 
L’area temporale abbraccia un periodo che va dall’inizio del XVII secolo, collegandosi con il disegno strategico della “Strada di Fiandra”, sino alla metà del XIX secolo, quando, in previsione della Seconda Guerra di Indipendenza, furono costruiti i campi trincerati di Alessandria e Casale, le ultime realizzazioni fortificate del Regno di Sardegna. 
Il progetto prevede dunque una profonda ricerca e comprensione delle fonti scritte, conservate presso archivi italiani (Torino, Milano, Mantova, Roma) e stranieri (Parigi, Vienna, Simancas), una ricognizione, archeologica ed architettonica, dei principali beni presenti sul territorio, in modo da poter recuperare informazioni su cosa fu realizzato od avvenne all’interno di una piazzaforte, o di una servitù militare, quando, perché e come. 
Fra gli obiettivi del progetto anche la costruzione di un network europeo d’eccellenza su questi temi in vista dello sviluppo della ricerca nell’ambito del VII programma quadro della ricerca europea.

La storia militare.

Catalogo Nazionale dei Paesaggi Rurali di Interesse Storico 

La ricerca condotta per il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, coordinata dal Prof. Mauro Agnoletti (Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali Forestali - Università di degli Studi di Firenze), coinvolge per l’Italia Nord Occidentale il CAST (POLIS - Università degli Studi del Piemonte Orientale) e il LASA (Laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale – DISMEC-DIPTERIS - Università di degli Studi di Genova).

Per la Liguria, su suggerimento del Prof. Massimo Quaini, si è proceduto alla individuazione non tanto di "tipologie" di paesaggi rurali liguri quanto di "modelli funzionali" che contengano esempi di tali relazioni funzionali storiche: Oliveto a bosco, Agricoltura promiscua, Pascoli e prati pascoli alberati, Orticoltura periurbana (tipo huertas mediterranee), Castanicoltura, Sistemi silvo pastorali, Viticoltura specializzata (levante, ponente), Agrumicoltura. I "modelli" di paesaggi rurali rappresentativi del territorio regionale ligure individuati privilegiano gli aspetti ancora produttivi dal punto di vista agricolo, forestale e pastorale.

Per il Piemonte il lavoro di raccolta bibliografica è indirizzato su paesaggi particolarmente significativi come: i vigneti storici della Langa, il paesaggio della cascina della piana alessandrina, le baragge del vercellese, i fontanili del novarese, le vaude del canavese; inoltre si sono privilegiati i paesaggi che ancora conservano produzioni locali come: i pascoli del Roccaverano (robiola), i pascoli del Marguareis/Monregalese (raschera), i pascoli medievali della Val Sesia e i vigneti tradizionali della Val Borbera, e alcuni casi particolari come: il bosco della Partecipanza di Trino, il Parco della Mandria (Venaria Reale).

Nell’area alessandrina la ricerca condotta dal CAST potrà riguardare anche le aree oggi sottoutilizzate: aree umide, aree pianeggianti storicamente destinate a prato, pascolo e alle colture cerealicole di recente investite da fenomeni di abbandono.

Il gruppo di ricerca dell’area Nord-Ovest è composto da storici, archeologi, geografi ed ecologi storici e in questa prima fase si è proceduto ad una raccolta bibliografica sui paesaggi agrari d’interesse storico come richiesto dal progetto.

Nel caso alessandrino, questo lavoro andrà sviluppato attraverso l’accostamento di ricerche che approfondiscono la conoscenza di “punti forti” con sondaggi di terreno meno conosciuti. Così, il lavoro sui parchi, le riserve naturali e i parchi fluviali di cui è ricco il territorio della Provincia di Alessandria, andrà sviluppato attraverso il proseguimento di lavori in parti già avviati di esplorazione dei sistemi locali (tradizionali) di attivazione delle risorse: dalla castanicoltura all’alnocoltura, dal pascolo alberato all’industria del carbone di origine vegetale. Questo aspetto si avvale di una documentazione di cartografia storica, di storia orale e di cultura materiale che devono confluire in un sistema di centri locali di documentazione, e attraverso i quali si producano a getto continuo esposizioni temporanee e studi monografici. Ma non ci si può arrestare qui: i punti deboli, cioè quelle aree di agricoltura che ci è apparentemente più familiare, quella cerealicola, vanno colti nella loro relazione con i sistemi di agricoltura tradizionale: va mostrato come essi siano delle costruzioni nient’affatto naturali, ed è possibile individuare le forze sociali che sono state protagoniste di questo processo cruciale.

La Benedicta: centro di documentazione sulla storia della Resistenza in area ligure-piemontese e sulla storia locale delle Capanne di Marcarolo in età moderna e sulle tematiche della pace 

Un centro di documentazione sulla storia territoriale dell’area della Benedicta.

Il progetto si incentra sulla «storia locale delle Capanne di Marcarolo (AL) in età moderna»: l’obiettivo immediato è la ricostruzione particolare della storia territoriale della zona, ma anche affrontando in maniera più generale un tema nuovo, e dalle ampie prospettive, quale quello del transito tra Liguria e Piemonte in età moderna. I primi risultati emersi in questo senso segnalano il coinvolgimento di un gran numero di soggetti (locali e non) in tale attività, per tutto l’Antico Regime. La Benedicta e Marcarolo si trovano infatti sulla antica Strada Cabanera, che a partire dal Medioevo (e almeno fino a tutto il Seicento) diventò uno tra i più importanti assi viari dell'epoca per i commerci e le comunicazioni tra il mare e la Lombardia.

Sfruttando gli archivi genovesi e torinesi (e con un primo sondaggio su quelli locali), ed incrociando diverse tipologie di fonti, sono state poi ricostruite alcune delle caratteristiche storiche dell’insediamento di Marcarolo, territorio «genovese» ai confini con il Monferrato, e poi con i domini sabaudi. Tra gli altri, è emerso il tema della conflittualità locale in connessione con quello della definizione dei confini tra «stati» nel corso del Settecento. Sono stati recuperati numerosi esempi di cartografia storica, che, insieme con il materiale documentario, saranno utilizzate per promuovere una ricostruzione di lungo periodo della storia della territorio della Benedicta, e del Parco delle Capanne di Marcarolo. Ciò appare significativo in quanto il tema legato alla storia del territorio ha una forte rilevanza scientifica ma ha anche possibili, importanti ricadute rispetto alla valorizzazione di questi luoghi, e consentirà ai soggetti finanziatori e all’Università di dialogare con altri centri di ricerca ed istituzioni (locali e non).

Queste informazioni consentiranno poi la «Progettazione e costituzione di un centro di documentazione sulla storia della Resistenza in area ligure-piemontese», a partire dal luttuoso evento del rastrellamento e della strage della Benedicta (nei pressi di Marcarolo) dell’aprile 1944. La ricostruzione della rete documentaria delle fonti inerenti l’evento si avvale dei fondi «genovesi» conservati presso l’Istituto storico locale, che consentiranno di connettere tali informazioni alla storia territoriale locale, e di meglio ricostruire aspetti quali la provenienza delle vittime della strage, e le condizioni del teatro della tragedia negli anni della guerra, una parte di questa ricostruzione sfocerà nella costruzione di un itinerario montano dedicato al tema della pace, che si prevede di svolgere in prospettiva comparativa e transculturale. L’obiettivo è quello di mettere in luce i cambiamenti che gli eventi bellici possono aver portato nella zona - ad esempio rinsaldando i legami storici con gli insediamenti vicini più importanti -, in un momento in cui la tendenza allo spopolamento delle zone appenniniche era un fenomeno avviato da decenni.

Per vie di terra. Movimenti di uomini e di cose nelle società di antico regime 

La ricerca ha preso spunto dal ritrovamento di un corpo di decine di migliaia di contravvenzioni alla normativa sul trasporto nel Piemonte del Settecento. Queste informazioni permettono di studiare le rotte terrestri e la loro importanza nell’economia di scambio dell’antico regime. Un’area strategica compresa tra Genova, Piemonte, Lombardia e i cantoni svizzeri, attraversata almeno fino a metà Ottocento da un intenso flusso di merci da e per la Riviera ligure, consente di interrogarsi sulle modalità concrete del trasporto di merci, di individuarne i protagonisti, le regole e le pratiche, di delineare il tipo di comunicazione e di relazioni interpersonali che esse comportavano. In particolare, il trasporto di merci rendeva necessarie sistematiche contrattazioni con le autorità, locali come centrali, che ci rivelano i profondi legami del commercio di transito con i poteri dei territori che attraversa. Così, nell’area studiata, la parossistica frammentazione politica e giurisdizionale rappresentava una risorsa che poteva essere sfruttata localmente per il trasporto delle merci. Ne risultano percorsi e itinerari di cui stentiamo a cogliere la logica, e nei quali commercio locale e commercio internazionale si intrecciano in modo inestricabile, dando alle pratiche dello scambio una dimensione sorprendentemente ampia e diffusa.

Su questi temi è uscito il libro a cura di A. Torre, Per vie di terra. Movimenti di uomini e di cose nelle società di antico regime, F. Angeli, Milano 2007.

Turismo culturale del moderno: indagine sul patrimonio archittettonico del Novecento 

Il progetto "Valorizzazione e promozione del turismo culturale del Moderno" ha realizzato un censimento dell’architettura del moderno a scopo di valorizzazione turistica, con il termine “moderno” si individua il periodo di produzione dal ‘900 ai giorni nostri. L’individuazione del patrimonio dell’architettura moderna presente sul territorio delle quattro Regioni che hanno aderito al progetto (Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia Romagna) ha coinvolto diversi ricercatori, l’intento è quello di creare dei percorsi tematici che leghino le varie architetture fornendo inedite chiavi di lettura riscoprendo i singoli elementi di un patrimonio “diffuso” sul territorio.

In Piemonte i risultati del progetto declinano il turismo culturale dell’architettura moderna con una forte attenzione al territorio. Il quadro sovraregionale diviene occasione per rileggere l’articolazione geografica della nostra storia recente, ma anche la chiave per un turismo che guarda alla propria destinazione, ma anche ai luoghi che attraversa, suggerendo inattese possibilità per un “Piemonte, nuovo da sempre”. 
Le opere presentate propongono una caratterizzazione tutt’altro che scontata rispetto all’immagine usuale del patrimonio culturale piemontese, nota per l’età barocca, meno considerata per l’immagine della modernità, se si prescinde dalle straordinarie esperienze di Olivetti a Ivrea, del Lingotto a Torino o della pur nota attività dei Gardella ad Alessandria. 
La ricerca evidenzia invece territori, opere, autori che tracciano una vicenda comune per le regioni dell’Italia Nord-Occidentale, ma anche specifiche vicende della storia contemporanea Piemontese. Una breve ricognizione descrive i seguenti importanti fenomeni:

  1. la trasformazione urbana: l’asse Alessandria-Torino mostra la grande varietà di soluzioni insediative e le risposte ai temi dell’urbanesimo: abitazione e fabbrica, uffici, commercio in una tradizione che risale al XVIII secolo, ma si articola con crescente organicità nel Novecento; il tema dell’abitazione si manifesta come oggetto che combina funzioni diverse in opere tutt’altro che ‘anonime’;
  2. strade di periferia: la periferia industriale, a lungo emblema di una “assenza” (di comunità, di servizi, di urbanizzazioni) E’ uno spazio ormai prossimo alla scomparsa, saturata dall’affastellarsi di usi diversi in una città continua. Appare quasi provocatorio proporre oggi un itinerario costruito attraverso i casi di “qualità periferiche” della regione come un fenomeno da valorizzare;
  3. l’opera della Olivetti a Ivrea ci ha lasciato in eredità un progetto di città, la città dell’uomo, fatta di edifici eccezionali anche per il loro non essere “fuori scala”; tuttavia si tratta di edifici ad altissimo rischio di manomissione, scomparsa, demolizioni parziali (come dimostrato dal caso della ex-stalla di Montalenghe). In tutti, si può tentare di leggere non il sogno, ma il programma concreto di una industrializzazione decentrata, pensata da subito alla scala regionale e non metropolitana;
  4. abitare la montagna: da ostacolo e sintomo di arretratezza, la neve si è trasformata nel corso del Novecento in una risorsa per lo sviluppo. Le prime iniziative propongono una versione aulica dell’architettura industriale con edifici di fondovalle simili a cattedrali laiche, mentre i nuovi edifici turistici si inseriscono con segni netti e talvolta violenti nell’ambiente, tenendosi tuttavia discosti dagli abitati tradizionali che conservano una loro peculiare qualità, anche sociale.

Non possiamo infine dimenticare che il Piemonte è stato il centro di diffusione di una fra le più importanti tecnologie dell’architettura contemporanea, il cemento armato. Presente in gran parte dell’edilizia contemporanea esso è stato occasione per la realizzazione di grandi sistemi infrastrutturali, condizione stessa per la nascita del turismo di massa, ma anche di ardite opere di architettura: ponti, viadotti autostradali che legano punti del territorio un tempo sconosciuti l’uno all’altro, strutturando la stessa natura dello spazio rurale. Nello stesso tempo, tante delle architetture più note (la cosiddetta architettura olimpica, il Lingotto, i mercati della città, i centri di ricerca) appaiono profondamente segnati da questa “rivoluzione”.

I primi risultati sono rintracciabili in una serie di guide ITER-RETI pubblicate nell’ottobre 2007 a Milano selezionando alcune tra le architetture schedate, tutte le schede sono consultabili su http://www.architetturadelmoderno.it/

In allegato, è pubblicata la Relazione finale.

Attività manifatturiera e città: ricerca storica per il Museo Borsalino 

La ridefinizione dell’archeologia industriale prevede che non si limiti alla storia dell’edificio, come troppo spesso è stato: l’archeologia industriale si deve sviluppare lungo una serie di direttrici che sono completamente sconosciute, e richiedono un grosso, intenso lavoro di analisi.

Il patrimonio alessandrino non vive di “punte” di prim’ordine, ma è un tessuto di emergenze che va compreso alla luce di altri fenomeni:

il rapporto tra città e il suo territorio, cioè tra una città che nasce dalla federazione di villaggi e che mantiene un rapporto discontinuo, non distruttivo con il territorio circostante.
il nascere delle fortificazioni va visto attraverso le trasformazioni parallele delle fortificazioni e dei terreni circostanti e, dopo il 700, le strade pubbliche (Corvées pubbliche).
il fiume i prati e la costruzione della campagna: bisogna capire a quali utilizzazioni era destinata l'area umida che il fiume faceva e disfaceva continuamente, come si riarticolavano caccia, pastorizia e agricoltura nei terreni che poi nutriranno i conigli di Borsalino.
il tessuto urbano come universo plurale di istituzioni: la città, per quel che se ne sa, è un pullulare di conventi. Vanno studiati, in rapporto alle loro rivali, le parrocchie e le confraternite urbane. Anche le “vicinanze” vanno studiate, poiché costituiscono il motore dell’agglomerato.
Per studiare questa realtà, occorre un metodo di lavoro specifico: la nostra proposta è di partire da una serie di documenti base, a cui vanno aggiunti altri di corredo.

Il primo è il catasto sabaudo del 1764. Straordinario, e con una resa topografica davvero unica, consente di ricostruire il tessuto urbano, da questo si potrebbe ottenere, come nel caso di Genova, una carta in movimento dal 200 oggi, pubblicabile su internet ma anche in un libro.

La seconda serie di documenti è costituita dalle visite pastorali. Consentono di ricostruire, mossa dopo mossa, tutte le iniziative religiose e devozionali nelle parrocchie e nelle confraternite. A questo si deve accompagnare una ricerca, più complessa sugli archivi degli ordini, che sono esclusi dalla documentazione episcopale. Ma Alessandria è un pullulare di ordini, talvolta con più conventi in città. Va capito e spiegato. Una volta fatto questo lavoro, si tratta di confrontare ciò che c'era e c'è ancora, e perché , e dove è finito quel che non c'è più (si ricostruisce così il movimento culturale degli anni di Napoleone e del primo Ottocento). Questo lavoro implicherà un confronto, che nessuno ha mai fatto, con le diocesi vicine, e soprattutto con Pavia. Il lavoro degli Ordini consentirà di capire, tra l'altro, la sala di consultazione della Biblioteca Civica (con sorprese straordinarie sugli orientamenti politici della città in pieno settecento).

La terza serie di documenti è data dagli archivi nobiliari. In città c'è un archivio veramente straordinario, direi di valore europeo, ed è il Ghilini. Quell'archivio sterminato permetterà di ricostruire un aspetto veramente inedito del rapporto tra Alessandria e il territorio (oltre che una grossa fetta di architettura urbana di prima della rivoluzione).

La breve ricerca condotta per la riapertura del museo Borsalino ha permesso di intuire soltanto una pluralità di temi enormemente suggestivi. Lo sguardo territoriale alla storia dell’impresa ha permesso di vedere la rivoluzione industriale in termini di continuità con i modi di produzione precedenti. La storia dei mestieri nella Alessandria di fine XVIII ha una ragione nella storia della città, nella topografia delle acque e dei saperi. La stessa impresa Borsalino appare straordinariamente legata al territorio: non solo le Borsaline (che in ogni caso, come mostra uno studio puntuale su Cantalupo, sono il segno di un’organizzazione familiare assai complessa e ramificata), ma conigli e lepri implicano un rapporto con il territorio di cui sappiamo ben poco. Inoltre, l’accessibilità dell’archivio aziendale ha consentito di avviare l’esplorazione della corrispondenza commerciale, e di vedervi degli autentici ambiti di formazione e definizione del gusto. La presenza dei Gardella, poi, invita ad aprire un dossier sul rapporto fra élite alessandrina con quelle di Genova e Milano. 
La ricerca storica per l’allestimento del Museo Borsalino, inaugurato nel 2006, ha permesso la realizzazione di diversi pannelli illustrativi: particolare riguardo hanno avuto la storia dei mestieri nella città e nel contado, la storia del costume attraverso l’archivio Borsalino, la storia delle relazioni sociali all’interno dell’azienda.

Il museo potrebbe diventare una struttura didattica a disposizione delle scuole della provincia di Alessandria (e forse anche extra-provincia) approfittando dell’interesse che suscita il “museo d’impresa” in un paese in via di deindustrializzazione come il nostro. L’utilizzazione didattica del Museo potrebbe essere la prima parte di un progetto che intende costituire la prima pietra di uno studio d’avanguardia, attraverso il quale si vuole costituire un polo d’eccellenza nella conoscenza dell’archeologia industriale.

Indagine storica e schedatura dei beni culturali di Castellazzo Bormida 

Presidio territoriale: Il patrimonio culturale di Castellazzo Bormida.

Il progetto nasce dall’esigenza di rispondere su un piano metodologico alle sfide poste dalla catalogazione del patrimonio culturale, e di formulare proposte razionali di gestione e valorizzazione del patrimonio stesso.
La crescente articolazione del progetto di catalogazione dei Beni Culturali e Ambientali corrisponde all’esigenza di una più approfondita conoscenza del patrimonio culturale del nostro paese. Esso è tuttavia destinato, in virtù di una impostazione prettamente filologica, a frammentarsi in una pluralità di rivoli specialistici ma incomunicanti. Il valore dirompente di una simile frammentazione appare ancora più forte quando si valuti la convergenza tra beni ambientali e beni culturali (natural and cultural heritage) in una prospettiva territoriale (Beni Territoriali).

Per questo motivo abbiamo deciso di avviare una ricerca interdisciplinare sulle tematiche relative alla catalogazione del patrimonio culturale, legate all’attività didattica del Corso di Laurea in Gestione dei Beni Territoriali. Essa si muove su piani distinti, ma interrelati. 
Intanto, una metodologia per la catalogazione dei Beni Territoriali. In particolare, il progetto intende esplorare le potenzialità di una schedatura del patrimonio culturale che si estenda dalle risorse materiali alle manifestazioni di carattere architettonico o artistico, musicale e demoantropologico. Tale catalogazione è condotta utilizzando il sistema informatico “Guarini”, e si propone di sfruttare le competenze presenti all’interno del Dipartimento POLIS (Dipartimento di Politiche Pubbliche e Scelte Collettive) e del Corso di Laurea, per studiare le metodiche più adatte ad avviare processi multisettoriali di censimento dei Beni Territoriali. Questi vanno dall’archeologia vegetazionale e dai Beni Ambientali alle caratteristiche degli insediamenti, per finire con i giacimenti di beni di carattere materiale ed immateriale che possano essere identificati come elementi costitutivi di un patrimonio culturale. 
Riteniamo che questa dimensione possa essere solo colta in una prospettiva territoriale, e a una scala topografica. Questa opzione intende esplorare le possibilità di un rendimento crescente delle operazioni di identificazione e censimento del patrimonio attraverso la sistematica comunicazione dei risultati tra i diversi settori. Si tratta di una scelta di studio delle interrelazioni culturali che impone una scala di osservazione necessariamente ridotta, e deve muoversi per sondaggi condotti per circoscritte aree campione, da individuarsi nell’area del Basso Piemonte.

Il progetto,che ha come centro di indagine il Comune di Castellazzo Bormida, è stato avviato con un primo finanziamento della Regione Piemonte e vede la collaborazione delle Soprintendenze competenti e dell’amministrazione comunale. 
L’indagine offre inevitabilmente anche l’occasione di una concreta riflessione sulla collaborazione e lo scambio tra gli Enti e le istituzioni a vario titolo coinvolti nella conoscenza, nella tutela e nella gestione dei beni territoriali, proponendosi come laboratorio per la formulazione di una proposta razionale di gestione e di valorizzazione del patrimonio culturale. 
Da questa ricerca sono nate una serie di iniziative locali, condotte a fianco della popolazione locale, tra cui un ciclo di conferenze a “Conoscenza e recupero del patrimonio storico artistico” (febbraio-giugno 2006) realizzate in collaborazione con il Comune di Castellazzo Bormida e la Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico, e un libro: Uno spazio storico. Committenze, istituzioni e luoghi nel Piemonte meridionale, a cura di G. Spione e A. Torre, UTET, Torino 2007. Il volume raccoglie una serie di casi di studio dedicati alla committenza artistica, alle istituzioni locali e alle problematiche relative alla catalogazione dei beni culturali e territoriali locali. Nel volume si trovano anche contributi di ecologia storica, lo studio della botanica in prospettiva storica e geografica non è un semplice approfondimento del concetto di paesaggio: mostra i sistemi con cui le società umane hanno identificato e “attivato” le loro risorse vegetali. Nell’ottica che stiamo delineando, alcuni siti posti ai margini del circuito culturale trovano una collocazione strategica. Santa Croce di Bosco, in particolare, offre la rara opportunità di leggere insieme un giacimento culturale di altissimo livello e un’azienda straordinariamente ben documentata, che è possibile riportare alla luce in termini di cultura materiale e di storia delle culture religiose dell’età moderna.

L’area prescelta, quella del Piemonte meridionale, è poco praticata dall’analisi storica e storico-artistica più recente, ma rivela allo sguardo puntuale delle autrici e degli autori di questo volume una ricchezza inaspettata nei termini del patrimonio culturale che rintraccia e dei problemi che la sua analisi solleva. Una serie di comportamenti economici e politici, così come di scelte culturali apparentemente eterogenee, può essere letta come una manifestazione della frammentazione politica e sociale da cui questa area è stata caratterizzata nel tempo lungo qui preso in esame. Periferia in assenza di centri, che l’analisi puntuale di Castellazzo Bormida ha permesso di definire.

Tra Belbo e Bormida. Luoghi e itinerari di un patrimonio culturale 

La ricerca storica sul Patrimonio Culturale delle Valli Bormida e Belbo si è mossa su un terreno largamente inesplorato per i secoli successivi alla fine del medioevo. Il territorio delle due valli, infatti, è stato a lungo conteso fra Monferrato, Milano e Savoia, e fino alla metà del Settecento non si è affermata la sovranità torinese. Ciò rende oggi impossibile per lo storico avvalersi delle fonti che un’autorità di tipo statale produce nel tentativo di controllare un’area periferica. Senza questo terreno rassicurante, ci si deve affidare a fonti non amministrative, poco praticate dagli storici dell’età moderna e contemporanea: quelle ecclesiastiche, quelle signorili, e quelle fonti particolari rappresentate dagli elementi del patrimonio storico-artistico, architettonico e archeologico.

Lo studio di questi tre aspetti costituisce il carattere peculiare della ricerca sulle Valli Bormida e Belbo. Un carattere fortemente unitario, che è stato possibile identificare grazie al fatto che tutte le fonti disponibili erano concordi nell’indicare nell’assetto del territorio delle due valli un problema di analisi ineludibile.

Un primo passo è consistito nel leggere i risultati della catalogazione del Patrimonio Storico-artistico con un approccio che definiremmo storico-topografico: collocare, cioè, i singoli elementi del patrimonio stesso nei luoghi in cui lo si era rintracciato, o ai quali si poteva risalire ricostruendone le vicende di conservazione. Ne è risultata un’immagine straordinariamente dispersa ed eterogenea, che rimandava con forza allo studio dell’assetto del territorio. Questo aspetto ha richiesto di analizzare l’assetto insediativo delle diverse località comprese nell’area delle due valli. In assenza di fonti amministrative, l’analisi si è indirizzata verso l’unica istituzione in grado di abbracciare l’intera area, la diocesi acquese. Una scelta obbligata, che tuttavia ha permesso di avviare uno spoglio sistematico della documentazione straordinariamente ricca dell’Archivio della Curia episcopale di Acqui.

Con queste fonti di matrice ecclesiastica - visite pastorali e contenziosi legati al cerimoniale – si sono potute ricostruire le ragioni di una presenza così capillare e diffusa del Patrimonio Culturale: le comunità locali manifestavano una natura frammentaria, policentrica, fatta di microinsediamenti in tensione reciproca (un saggio di Luca Giana ne illustra le vicende sei e settecentesche). Tali microinsediamenti si rivelano in ogni caso capaci di una stupefacente durata: ancora nell’ultimo secolo risultano alla base di quelle microaziende protagoniste delle pratiche di attivazione delle risorse vegetazionali, e delle ben note produzioni casearie che ne derivano. L’approccio dell’ecologia storica ha permesso a Paola Nano e Giuseppina Poggi di studiare le pratiche di attivazione delle risorse vegetali e le vocazioni produttive). La documentazione relativa all’età moderna aggiunge tuttavia un punto essenziale per la comprensione del patrimonio culturale: la frammentazione insediativa e amministrativa influenza la natura del cerimoniale, e può rappresentare una risorsa per notabilati che hanno relazioni e subiscono pressioni da parte di centri differenti, nello spazio e nel tempo - Genova, Milano, Monferrato, Savoia: il contributo di Gabriella Parodi ne studia i cerimoniali . Questa parte del lavoro è confluito in una mostra cartografica con sede a Mombaldone, curata da Luca Giana e Vittorio Tigrino.

Tale frammentazione si rispecchia nei modi in cui era costruito e gestito il potere. Quello signorile, prima di tutto: esso è stato analizzato attraverso la documentazione dei fondi Scarampi conservati nell’Archivio di Stato di Torino, di cui ho avviato lo studio sistematico. Un potere lacerato al suo interno da conflitti durevoli intorno a risorse a loro volta disperse e di identificazione non immediata. Il potere degli Scarampi, che si estende sia pure con discontinuità a tutta l’area, si concentra intorno a una serie di punti caldi: intanto, castelli/caseforti, che la ricerca ha tentato di esaminare anche negli aspetti di cultura materiale rilevabili con l’osservazione di sito e che un contributo di Enrico Giannichedda illustra nel volume; cascine feudali, vere e proprie enclaves di immunità giuridica e politica; traffici commerciali silenziosi e controllati attraverso un complesso sistema di pedaggi e franchigie, studiati da Marco Battistoni nel quadro del sistema commerciale ligure-piemontese; una struttura creditizia funzionale all’esercizio del potere su contadini e al controllo delle attività commerciali. Essa veniva assicurata da una presenza ebraica anch’essa caratteristicamente dispersa sul territorio, almeno fino alla costituzione dei ghetti da parte di Vittorio Amedeo II: un saggio di Marco Dolermo ne restituisce i primi, suggestivi aspetti.

Uno sguardo alle formazioni politiche ribadisce insieme frammentazione del potere ed eterogeneità dei riferimenti politici. Un carattere che è visibile già a livello signorile: gli Scarampi, ad esempio, hanno cercato a lungo di barcamenarsi tra i diversi centri di potere che li circondavano - città come Savona, Alessandria, Asti, Casale ed Acqui, poteri territoriali come Marchesato di Monferrato, Ducato di Milano, Ducato di Savoia e Plenipotenza Imperiale. I notabilati locali si rivelano fortemente dinamici nei loro legami strumentali con i poteri signorili e territoriali, come rileva un contributo di Blythe Raviola; Elena Ragusa mostra come questo sia ancora vero tra Otto e Novecento, studiando la ricostruzione degli edifici parrocchiali in diocesi di Acqui.

Il binomio frammentazione del potere ed eterogenità dei riferimenti culturali non sembra tuttavia una caratteristica dell’Antico Regime, e non sembra neppure derivare dall’assenza di poteri capaci di controllo capillare: nell’Ottocento, le due valli sono teatro di investimenti fondiari eterogenei, la cui analisi ha ad esempio rivelato una forte presenza genovese, legata alla villeggiatura e capace di incidere sugli assetti proprietari e sulle scelte di rinnovo dell’arredo e degli edifici sacri. Ne raccontano i tratti salienti i lavori di Carlo Bertelli, Davide Canazza e Cristina Giusso,che hanno rintracciato elementi in grado di rovesciare l’interpretazione storica del Piemonte meridionale: è Genova, e non Milano, e neppure, ovviamente Torino, a suscitare le nuove attività produttive (seta) che si traducono tra Sei e Settecento in un vero e proprio distretto della seta.

Si segnala la decisione del Ministero dei Beni Culturali di mettere on-line l’opera, nel gennaio 2004.

Atlante storico della provincia di Alessandria 

Le differenti attività di ricerca potrebbero trovare un punto di raccordo e di convergenza in un “Atlante storico della provincia di Alessandria”. I nuovi strumenti dell’editoria elettronica offrono prospettive nuove per la cartografia storica. Un atlante storico può essere adesso uno strumento e un prodotto a più dimensioni, da quella cartacea a quella digitale.

Un atlante storico (anche quello di una sola provincia) rimane comunque uno strumento di ricostruzione di identità territoriale, storica e culturale. Definire quali fossero i confini e i territori di Alessandria comporta un lavoro di delimitazione, di definizione di territori, di individuazione di fonti, di elaborazione e infine di illustrazione cartografica.

In prima istanza il progetto di Atlante storico di Alessandria comporterà l’individuazione di una serie di mappe storiche della provincia e delle entità che l’hanno preceduta. In seguito si procederà ad una raccolta ed elaborazione sempre più estesa e profonda di dati per la creazione di un vero e proprio archivio cartografico e digitale.

Il lavoro, sia chiaro, è di straordinaria difficoltà, per le caratteristiche intrinseche del territorio di cui ci stiamo occupando. Come diceva uno dei più fini interpreti della realtà alessandrina, Francesco Gasparolo, la storia di questi paesi richiede di consultare un complesso di archivi europei (Torino, Milano, Genova, Madrid, Vienna, Roma, Parigi). La complessità della situazione politica ecclesiastica e sociale dell’attuale territorio provinciale rende l’impresa del più alto interesse per una nuova comprensione della storia europea (ritratta di un nodo strategico per qualsiasi politica internazionale, commerciale e culturale) poiché siamo di fronte a un nodo, anche se ancora mal conosciuto, delle reti di relazione che percorrevano il continente. Per il periodo più vicino a noi, sarà l’occasione per tentare di descrivere la straordinari modernità del territorio provinciale, protagonista misconosciuto della industrializzazione italiana tra Otto e Novecento, e di una modernità precoce che ancora ci sfugge nei suoi caratteri originali.

L’Atlante si potrà avvalere di una seconda impresa: lo "Schedario storico territoriale dei comuni piemontesi"